INQUIETANTE, DRAMMATICO, COMMOVENTE, MULTIPROSPETTICO
L’innocenza (regia di Hirokazu Kore’eda): un film che conferma la straordinaria vitalità del cinema giapponese
L’innocenza (regia firmata da Hirokazu Kore’eda, che si è avvalso della sceneggiatura di Yūji Sakamoto e, soprattutto, della splendida colonna sonora del compianto Ryūichi Sakamoto, morto di cancro proprio durante le riprese del film), che ho visto ieri sera con gli amici del Cinecircolo Romano nella sala del Caravaggio, mi ha confermato nel “sospetto” che il cinema del sol levante attraversa un periodo di straordinaria rifioritura. Dopo aver visto: in ottobre Perfect Days (giapponese anche se la regia è del tedesco, universalmente noto, Wim Wenders); in dicembre Il sapore della felicità (regia del francese Slony Sow, ma giapponese autentico, anche nel titolo originale: Umami); e, appena una settimana fa, il tenerissimo e malinconico ma intriso di profonda moralità Foto di famiglia, di Ryota Nakano, quest’ultima pellicola, il cui titolo originale è “Il mostro”, non solo ribadisce il concetto ma, a mio avviso, ne rappresenta la massima espressione. Tanto per l’originalità della storia e per la multi-prospettica struttura narrativa, quanto per l’altissima qualità degli interpreti principali (i due bambini Soya Kurokawa nella parte di Minato, e Hinata Hiiragi nelle vesti di Yori, affiancati da Sakura Ando, la mamma vedova di Minato, e da Eita Nagayama nei panni del malcapitato maestro Hori), nonché per l’ambientazione (una quinta classe di una scuola elementare in una grande città, una classe nella quale si scatenano dinamiche che preludono ai conflitti intergenerazionali molto più drammatici dell’adolescenza) e, di conseguenza, per le molteplici problematiche psicopedagogiche che ne costituiscono il tessuto fondamentale, L’innocenza è un film inquietante e drammatico ma, nel contempo, commovente perché prende in esame, con estrema delicatezza, quella fase della vita nella quale si pongono le basi dell’educazione sentimentale degli esseri umani e si delineano anche e soprattutto gli orientamenti sessuali. Orientamenti sessuali che, a seconda dei casi, debbono fare i conti con le convenzioni, i pregiudizi, le norme non scritte tradizionali e religiose, nonché le aspettative familiari e sociali veicolate dall’istituzione scolastica. La scuola, quindi, è il teatro nel quale si dipana una storia che, per molti versi, e per la violenza latente e spesso manifesta che la caratterizza, assomiglia molto ad un classico thriller nel quale, come in ogni thriller che si rispetti, il fine è quello di individuare il colpevole. Un colpevole che, fin dall’inizio, sembra quasi scontato doversi identificare nel giovane maestro titolare della classe dei due piccoli protagonisti. Ma la realtà è molto più complicata di quanto possa apparire ad uno sguardo superficiale.
Iniziato come una banale storia di bullismo e di autoritarismo pedagogico, il film si sviluppa poi su una molteplicità di temi, che toccano mali sociali endemici, alcuni tipici della società giapponese (i codici di autocontrollo e di decenza, le regole di silenzio imposte da rigide regole amministrative, il rispetto acritico dell’autorità, il ruolo oppressivo della tradizione) ma altri comuni a tutte le società caratterizzate da alti livelli di benessere e di consumismo: le bugie e la violenza generate dai pregiudizi, così come le difficoltà degli adulti di interpretare i disagi e i tormenti dei più giovani, che vivono con estraneità il mondo che li circonda, subendone nello stesso tempo i forti ed eccessivi condizionamenti che, nel caso di quei giovanissimi che manifestano tendenze latamente omosessuali, possono a volte generare fenomeni di discriminazione o, addirittura, indurre ad atti autolesionistici e a volte al suicidio.
Se per buona parte del film le vicende, scolastiche ed extrascolastiche, dei due bambini, vengono trattate da punti di vista esterni (quelli degli adulti: sono la madre del primo bambino, il padre del secondo bambino, il maestro, la preside, a osservare, a confrontarsi tra loro e ad esprimere giudizi più o meno fondati) nell’ultima parte il punto di vista della narrazione diventa quello di Minato e Yori e il film, in tal modo, si sofferma sulla relazione tra due ragazzini alle soglie dell’adolescenza che provano, l’uno per l’altro, un sentimento di amore innocente, precorrendo le sofferenze della giovinezza: la ricerca dell’amore, dell’identità, della “rinascita”, nel contesto di una lotta più o meno consapevole contro bugie, tradimenti e violenza. In definitiva un film avvincente e coinvolgente, che ci costringe a fare i conti con un mondo, quello dell’infanzia, le cui diversità e peculiarità rappresentano, per la moderna società iper-consumistica ed omologante, un complesso di problemi da risolvere al più presto e con i mezzi più efficienti, efficaci ed economici.